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Un lungo applauso alla lettura della sentenza del processo all’esponente radicale imputato per l’aiuto al suicidio di Fabiano Antoniani. La pm Siciliano: “Fabo è stato libero di scegliere di morire con dignità”. Durante l’udienza arriva la notizia della morte della mamma di Cappato.

Una sentenza di assoluzione ‘annunciata’ è quella che si aspettava, e che è stata pronunciata, dai giudici della Corte d’assise di Milano per Marco Cappato, imputato per aiuto al suicidio per aver accompagnato Fabiano Antoniani, dj Fabo, in una clinica svizzera a morire. Assolto “perché il fatto non sussiste”, ed è un lungo applauso quello che seguie la lettura della sentenza. Nell’udienza il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano era tornata a chiedere, come già fatto il 14 febbraio 2018, l’assoluzione dell’imputato. E alla fine dell’udienza ha aggiunto: “E’ una giornata storica e un grande risultato perchè la decisione della Corte realizza  pienamente il significato dell’articolo due della Costituzione che mette l’uomo al centro della vita sociale e non anche lo Stato. Ora è compito del legislatore colmare le lacune che ancora ci sono”. Soddisfazione anche dalla fidanzata di Antoniani, Valeria Imbrogno: “Fabiano mi avrebbe chiesto di festeggiare, siamo arrivati alla vittoria per lui: ha sempre combattuto, sono felice. La battaglia continua per tutti gli altri, quando ha iniziato voleva proprio che fosse una battaglia di libertà per tutti e oggi ci è riuscito”.

Marco Cappato, prima che i giudici si ritirassero in camera di consiglio, ha fatto una dichiarazione spontanea: “In piena sintonia e assonanza con le motivazioni che avete prospettato rimettendovi alla Corte Costituzionale la mia è una motivazione di libertà, di diritto alla autodeterminazione individuale, naturalmente all’interno di determinate condizioni, è per questo che ho aiutato Fabiano”.

“Alla luce delle conclusioni della Corte Costituzione del 2019 Marco Cappato deve essere assolto perché il fatto non sussiste. Chiediamo l’assoluzione in maniera convinta ritenendo che il fatto non sussiste, la fattispecie incriminatrice non corrisponde agli elementi fattuali di cui siamo in possesso”. Dj Fabo “è stato libero di scegliere di morire con dignità”, ha detto in aula Siciliano. Secondo il magistrato, affiancato dal pm Sara Arduini, la scelta di Dj Fabo è avvenuta in conformità alle condizioni individuate dalla Consulta per escludere che l’accompagnamento di un malato a morire sia considerato un reato. Antoniani, ha argomentato Siciliano, soffriva di “una patologia irreversibile che gli procurava “gravi sofferenze fisiche e psicologiche”, “dipendeva dalle macchine che lo tenevano in vita” e ha preso “una decisione libera e consapevole” di morire. “Fino alla mattina della morte – ha spiegato – Cappato gli ha prospettato la possibilità di scegliere una via alternativa”. L’udienza è stata interrotta, a un certo punto, per una notizia triste: è morta la mamma di Marco Cappato, ricoverata da qualche giorno in ospedale a Milano. I difensori hanno chiesto qualche minuto di pausa per permettere a Cappato di uscire dall’aula dove è stato abbracciato e consolato dalla moglie. Poi, con gli occhi rossi, si è riseduto in prima fila per assistere al dibattimento.

In un breve intervento il rappresentante della pubblica accusa, rifacendosi a quanto stabilito nella sentenza storica della Consulta dello scorso 25 settembre – che ha escluso in determinati casi la punibilità dell’aiuto al suicidio – chiederà la non punibilità di Cappato che il 27 gennaio 2017 aveva accompagnano il 40enne milanese, rimasto cieco e tetraplegico dopo un incidente in auto, nella struttura Dignitas. “E’ stato un atto di disobbedienza civile. Noi chiediamo un’assoluzione sulla base dei principi costituzionali: nella nostra Costituzione c’è un diritto all’autodeterminazione, quale è stato quello di Cappato”, le parole tuonate a febbraio in aula dall’avvocato Filomena Gallo, segretario dell’associazione Luca Coscioni, – davanti alla mamma di Fabiano, la signora Carmen Carollo e alla fidanzata Valeria Imbrogno -, prima che giudici di Milano sollevassero la legittimità costituzionale sul caso citando la Costituzione e la Convenzione dei Diritti dell’Uomo per rimarcare “i principi della libertà di ciascun individuo di decidere come e quando morire”

Se la corte assolveva l’imputato riconoscendo a Cappato di non aver rafforzato la volontà di Fabiano di porre fine alla una vita, allo stesso tempo rimandava alla Consulta gli atti per decidere le sorti giudiziarie dell’imputato e stabilire fino a dove si spinge il “principio di autoderminazione” e il diritto alla vita. Oggi ancora con più forza la difesa chiede l’assoluzione dall’articolo 580 del codice penale che disciplina l’istigazione o l’aiuto al suicidio. La Consulta, lo scorso settembre, ha escluso in determinati casi la punibilità dell’aiuto al suicidio e ha stabilito che saranno le strutture pubbliche del Servizio sanitario nazionale a verificare l’esistenza delle condizioni che lo rendono legittimo. Condizioni che ricorrono, per esempio, quando si tratta di una persona tenuta in vita con l’idratazione e l’alimentazione artificiale in quanto soffre di una malattia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, ma che resta tuttavia pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Inoltre, ha stabilito che spetterà a un organo collegiale, cioè il Comitato etico territorialmente competente, garantire la tutela delle “situazioni di particolare vulnerabilità” e che non ricadrà sui medici l’obbligo di prestare l’aiuto al suicidio.

ilmessaggero.it